Papa Paolo VI

Papa Giovanni Paolo II

Papa Benedetto XVI

Papa Paolo VI

La prima visita del Card. Giovan Batista Montini a Concesio, avvenne  il 16 agosto, festa della del patrono san Rocco. Prima delle otto del mattino fece il suo ingresso in via Rodolfo dove venne accolto con grande onore e calorose manifestazioni di stima dalle autorità e dal popolo osannante. Tutta la contrada era stata parata a festa con fiori e addobbi a tutte le finestre. Sceso dalla macchina entrò nella piccola chiesa di S. Rocco, gremita in ogni sua parte tanto da sembrare ancor più piccola, vi celebrò la S. Messa e tenne un brevissimo ma commovente discorso ricordando la sua fanciullezza tra le mura della casa così vicina alla chiesa, gli amici d’infanzia, i giochi nei campi e i progetti fatti con il curato di allora, don Francesco Galloni. Terminatala S. Messa il Cardinal Montini si portò nella casa canonica dove, sulla porta d’ingresso salutò fraternamente tutti i concesiani. Dopo queste numerose attestazioni di stima e di affetto il Presule, accompagnato dal fratello Lodovico, fece visita alla ditta “Alba Elettroplastica” che rappresentava una delle nuove risorse dell’economia concesiana. Accolto dal Sindaco di Concesio dott. Giustacchini, da numerosi industriali della valle fra cui il comm. Antonini e il comm. Cancarini e da numerosi sacerdoti, l’illustre Ospite rispose al saluto del comm. Emilio Venturi, titolare dello stabilimento, il quale, ringraziandolo per aver accolto l’invito a benedire il nuovo stabilimento, aveva sottolineato: «Il gesto della Vostra mano benedicente, Eminenza, ci ha profondamente commossi. Conosciamo il suo altissimo significato». A sua volta il Metropolita, rivolto a tutti gli operai rispose con brevi ma intense parole: «…Il trovarmi fra voi è per me motivo di duplice allegrezza. Plaudo a questa industria giovane e fiorente che dà lavoro a duecentoquaranta miei concittadini e sono lieto di averne benedetta l’attività. Dicono vi sia contrasto fra religione e lavoro. In che consiste? L’interrogativo mi è suggerito da questa cerimonia. Ricordate che il Signore apprezza la fatica dell’uomo e la benedice…». Dopo essersi soffermato nei vari reparti ed aver assistito ad alcune fasi importanti della lavorazione, salutò nuovamente il personale dirigente e gli operai tutti.

Alle10 Sua Eminenza fece il solenne ingresso nella parrocchiale, dove fu battezzato. Benedisse il nuovo Battistero e assistette in Cappa Magna alla Santa Messa solenne celebrata da Mons. Fossati, presente anche Mons. Bertoli, vescovo di Tripoli. Dopo la lettura del Vangelo, tenne uno splendido discorso, che commosse lui e tutto il popolo: «Voi siete tanto buoni quest’oggi ad accogliermi con tanta cordialità; la vostra presenza, le vostre acclamazioni, questo vostro sguardo affettuoso e stupito sulla mia persona, mi dicono l’animo vostro e vi ringrazio che mi avete invitato, mi avete richiamato in questa vostra e mia antica Pieve e che condividete con me qualche momento di preghiera e di raccoglimento. Io vorrei che voi aveste a condividere anche i sentimenti che sono nel mio cuore anche se questi sono molto personali e difficilmente esprimibili. Pensate che sono circa 40 anni che io non vengo a Concesio a dimorare; sono passato una volta o due in questo periodo, molto fugacemente, e sono 62 anni da quando io in questa chiesa sono diventato cristiano. Il ritornare in questa aula sacra e pensare che cosa è stato per me l’entrare qui la prima volta, dopo aver ricevuto a Concesio dalla Provvidenza di Dio, dal ministero umano dei miei genitori la vita terrena; qui ho ricevuto la vita spirituale, la vita soprannaturale. Figlio della mia famiglia e della mia terra là, figlio di Dio e virtualmente del cielo qua. E perciò anche se questa chiesa mi è meno famigliare, perché essere un po’ distante allora dalla mia abitazione: si veniva alla messa cantata, si veniva qualche volta alla dottrina e ai Vespri del pomeriggio, tuttavia questa chiesa mi riempie di grande commozione ed è per me sorgente di pensieri che tante volte io devo agli altri presentare e sviluppare. Sono pensieri grandi e sono pensieri gravi e sono pensieri che sconfinano nel mistero che in questo momento scavano sopra il mio spirito e lo confondono e, mentre mi danno tanti sentimenti nel cuore, mi proibiscono quasi di esprimerli perché sono più grandi del cuore stesso e più grandi della nostra capacità di comprenderli e di esprimerli. Son diventato cristiano qui; sono diventato figlio di Dio: ho avuto in dono la fede. Ebbene mi verrebbe voglia di dirvi: che cosa io ho fatto di questo dono del Signore? Dovrei fare una confessione di tante debolezze di cui è segnata la vita umana. Guardate che non apprezziamo mai, mai abbastanza il dono che il Signore ci fa col santo Battesimo, e anch’io sento la responsabilità di aver ricevuto questo dono regale e di non averlo né compreso abbastanza, né abbastanza fecondato, ma mi attacco a questo grande dono, a questa grande misericordia di Dio per essere anch’io salvato e per essere anch’io portato dove l’intenzione divina vuole quando ci concede di entrare nella Santa Chiesa e di darci il santo Battesimo. Però se non è mai la risposta sufficiente al dono di Dio, vi voglio candidamente dire anche per dare onore al Signore, anche per confessare i benefici da Lui ricevuti, vi voglio dire chela Fedeche ho ricevuto in questa chiesa, col sacramento del Santo Battesimo, è stata per mela Lucedella mia vita. Ho vissuto molto; guardando indietro adesso, non soltanto al numero degli anni, ma anche all’esperienza chela Provvidenzami ha aperto davanti, vedo che è stata generosa con me. E’ stata generosa perché mi ha aperto davanti i libri, la scienza del pensiero umano; ne ho percorsi tanti; ho vissuto negli ambienti di studio, nelle università. Mi ha aperto davanti un’altra esperienza grandissima e anche questa stupefacente: la vita della Chiesa, la vita della Chiesa osservata in tutte le sue forme e nei suoi gradini fino a questo sommo a cuila Provvidenza Divina, non certo per merito mio, ma per gravare le mie spalle di responsabilità ineffabili mi ha condotto, Ho visto tutta questa grande umanità che si raccoglie nella Chiesa di Dio e che ha in questa società dei figli del Signore manifestazioni così varie. Ebbene anche questa esperienza mi ha dato e me l’ha data in un centro dove maggiore esperienza umana non si potrebbe contemplare e studiare, nel centro del mondo cattolico. Per più di 30 anni sono stato a Roma vicino al Papa: tre papi ho visto passare vicino a me. Due ne ho serviti e uno per 17 anni giorno per giorno, direi ora per ora, mi ha ammesso alla sua conversazione e si è degnato chiedere a me i servizi che può rendere un figlio e un confidente e un segretario. Ebbene anche questa è tutta esperienza che mi ha fatto vedere i confini del mondo, che mi ha fatto leggere nei destini della storia, che ha presentato a me come forse a pochi altri il grande dramma che noi abbiamo passato anni fa, la guerra, con tutti i suoi sconvolgimenti; la guerra vista non solo nella sua faccia esteriore, ma vista nella sua fenomenologia interiore, nei suoi principi, nei suoi drammi, nei suoi castighi, nelle sue idee, nelle sue ansie, nelle sue aspirazioni, nelle sue crudeltà, nelle sue nobiltà, nei suoi eroismi, nelle sue speranze. Ebbene tutta questa scena è stata vissuta da me. Ora vi dico questo per concludere che quella fede che io ho ricevuto là, sulle soglie della chiesa è stata la lampada della mia vita. Se ho potuto capire qualche cosa, se ho potuto fare qualche cosa di bene, se mi pare di avere dato un qualche disegno alla mia vita, se qualche insegnamento ho potuto dare ai miei fratelli ed ai miei compagni, a quelli che hanno attinto dal mio ministero parole e gesti, è venuto di là, figliuoli miei. E rendo davanti a voi testimonianza a questa fede. Guardate che questa è, come dicevo, la luce della vita. Adesso che io vi ho detto, carissimi concittadini, compaesani, che vi ho detto che cosa è stata per me la religione che qui ho ricevuto, vorrei fare una domanda che non ha nulla di indiscreto, ma vorrebbe sollevare in voi un esame di coscienza, una domanda molto fraterna. Che cosa ne avete fatto voi della fede? E a voi che cosa serve questa religione che qui venite a professare? Siete anche voi persuasi che senza la religione non si vive? Che senza questa fede la nostra vita terrena non ha significato e potrebbe davvero affannarsi in mille faccende, guadagnare mille utilità, diventare potente e sapiente e finire disperati? Siete convinti che davvero la grande parola chela Liturgiadel Sabato Santo pone sulle labbra del Sacerdote è la conclusione di tutta la filosofia umana e di tutto il bilancio di questa nostra vita terrena? Non sarebbe giovato a niente il nascere se noi non avessimo potuto rinascere! Non sarebbe valso a niente la vita naturale se non avessimo avuto la vita soprannaturale. Che cosa servirebbe il passare degli anni affannandoci su questi sentieri terreni se questo sentiero non sboccasse poi nella casa paterna e nella vita eterna? Dico questo prima di tutto perché il vedervi qua mi è già risposta: è segno che anche voi siete convinti che senza la religione, la nostra Santa Religione Cattolica, non si vive, non si interpreta bene la nostra esistenza terrena. Saremmo dei miopi, saremmo dei ciechi se noi non avessimo davanti a noi questa lampada. Ma dico questo anche perché so, e lo so per esperienza, e il mio ministero nella più grande diocesi d’Italia mi dà questa lezione, ma so che tutti senza eccezione, buoni e non buoni, di campagna e di città, lavoratori della terra e lavoratori delle officine, gente di studio o gente di fatica, vecchi e giovani, siamo tutti tentati sopra la fede. E’ un momento di oscurità che grava sul mondo, è una nube che ci toglie la contentezza di vedere con serenità il cielo di Dio. C’è una tentazione che ha certamente i caratteri preternaturali, che vanno al di là della nostra capacità di dare ragione di questo fenomeno. C’è sul mondo una grande tentazione di apostasia, di abbandono della fede, di credere che ci siano dei surrogati, di credere anzi che la fede sia un vincolo ed una catena da cui bisogna sciogliersi, che sia una cosa antica e sorpassata, che non serva a niente altro che a perdere il tempo ed a tenere su i preti e la chiesa; che non abbia nessun valore intrinseco ma sia puramente un gioco di spirito convenzionale ed arbitrario. Siamo tentati, e sapete chi lo è di più? Sapete dove la tentazione diventa quasi prevalente? E’ nel mondo vostro carissimi, nel mondo del lavoro, nel mondo della gente che si guadagna il pane con la propria fatica materiale, è nel mondo dei lavoratori che era ed è stato per secoli il mondo più fedele e più unito alla Chiesa, che si pronuncia questo turbamento e questa scissione. Si direbbe che il mondo del lavoro destandosi e guardando che cosa sia questa civiltà che viene avanti, dica: basta! io non voglio più essere il fedele di un tempo; io mi farò la mia vita con le mie braccia e con le mie macchine; basta la vita economica e sociale per dare una risposta a tutte le aspirazioni del cuore umano; io chiuderò i miei rapporti conla Chiesae vivrò da solo. Un grande senso, sì, di liberazione forse è entrato nel cuore di chi ha avuto il triste coraggio di seguire questi pensieri, ma poi riconoscete i vostri fratelli, i vostri compagni di lavoro che non hanno più la fede? Mi sapete dire se sono veramente fieri, contenti, mi sapete dire se hanno un senso integrale e completo della vita? Mi sapete dire se dopo aver faticato in questa vita e spesso senza avere fatto magari quattro soldi e un poco di fortuna, sono veramente felici? La risposta sarebbe facile a raccogliere, ma io non voglio intristire queste mie parole con dei funesti presagi, e vorrei piuttosto che il ricordo di tanta gioventù, di tanta popolazione che va lontano dalla Chiesa suonasse per me quest’oggi, per voi, una preghiera per questi fratelli sbandati, per questi figli che hanno chiuso gli occhi alla luce e che voltano le spalle al faro di questa luce. Vorrei che la mia voce uscisse da questa chiesa e fosse capace di arrivare come un grido fraterno e dire ai lontani: “Tornate, tornate alla vostra casa paterna, non rompete l’alleanza della famiglia parrocchiale, non tradite i vostri morti che per centinaia e centinaia di anni sono stati cristiani, non rinunciate al vostro battesimo, là dove avete giurato fedeltà a Cristo; non tagliate il filo che vi congiunge alla vita di Dio perché questo è la fede e la religione: è la vita. Non è una convenzione, non è una parola, non è un rito, non è una macchina qualsiasi, è la vita! La fede è la vita figliuoli miei; e quello che diciamo per i lontani, per compassionare la loro sventura e per richiamarli a buoni sentimenti di concordia e di ritorno, celebriamola noi quest’oggi, eleviamo tutti insieme l’inno al Signore del ringraziamento perché ci ha dato la fede, la fede che ci illumina la vita, che ci dà il senso di questi nostri brevi giorni terreni e che poi dopo i giorni terreni spalanca una speranza infinita di una pienezza eterna nelle felicità del cielo. Ringrazio il Signore che ci ha insegnato essere l’amore, la carità, la bontà, quella bontà che Dio ha avuto per noi essendo misericordioso per noi, e che ha associato noi povere creature, poveri vermi di questa terra, associati alla sua vita divina. Ringraziamolo che ci ha dato la fede, la speranza e la carità e insieme, figliuoli miei, come io adesso ascoltandola S. Messae celebrando col sacerdote il Santo Sacrificio, rinnoverò umilmente, con quanta devozione e con quanta commozione sono capace le mie promesse battesimali; rinnovatele anche voi e diciamo tutti al Signore: Che ci conservi sempre, sempre fedeli cristiani».

Uscito dalla chiesa lo attendeva un bagno di folla festante mentre a piedi, fino in fondo alla piazza, si recava a benedire la nuova e magnifica sede dell’ACLI parrocchiale. Con i pochi che avevano trovato posto all’interno del cortile dell’oratorio dove era stata collocata la sede, parlò con affetto ricordando i tanti meriti che questa Associazione aveva raccolto attorno a sé.

Al termine delle pubbliche manifestazioni il Cardinal Montini si ritirò nella sua vecchia casa di via Rodolfo dove lo attendevano tutti i suoi famigliari ed alcuni amici molto stretti.

Papa Giovanni Paolo II

Carissimi! Grande è la mia gioia nel trovarmi oggi qui, a Concesio, parrocchia del Bresciano, nella quale il 26 Settembre di 85 anni fa nasceva il mio indimenticabile Predecessore, Giovanni Battista Montini, diventato Papa col nome di Paolo VI. … Paolo VI è stato il Papa della Chiesa: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». E Paolo VI fu veramente il Papa del dialogo: ha dialogato con l’umanità, anche non credente; con quelli che adorano il Dio unico e sommo, quale noi adoriamo, vale a dire con i figli del popolo ebraico; e con gli adoratori di Dio secondo la concezione monoteistica, quella musulmana in particolare; con gli appartenenti alle Chiese e Comunità cristiane non cattoliche, favorendo in maniera magnifica i rapporti ecumenici, specialmente mediante incontri personali e dichiarazioni comuni con i Capì dì tali Chiese e Comunità. Ha raccomandato e realizzato il dialogo all’interno della Chiesa Cattolica, confermando per tutti i suoi membri la grande responsabilità, che scaturisce dal fatto di «essere Chiesa». Così non si stancò di parlare ai Sacerdoti della loro sublime ed impegnativa missione ecclesiale. «La vita sacerdotale esige – diceva – una intensità spirituale genuina e sincera per vivere dello Spirito e per conformarsi allo Spirito, un’ascetica interiore ed esteriore veramente virile». … Questa Chiesa che si fa dialogo, che si fa colloquio, per Paolo VI è anche una Chiesa essenzialmente missionaria. Dal primo radiomessaggio per la «Giornata Missionaria Mondiale» fino alla grandiosa Esortazione Apostolica Evangelii nuntiandi, dell’8 dicembre 1975, Paolo VI ha trasfuso nel cuore dei suoi fratelli  il suo incontenibile ardore missionario: «Evangelizzare. . . è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda». …

In tutti Egli ha visto il riflesso dell’immagine di Dio. Perciò accolse l’invito a recarsi alla sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per parlare dell’uomo e della pace. Con commossi e potenti accenti profetici, in quella prestigiosa sede, Egli fece sentire la voce della Chiesa e del suo Capo visibile: «Non l’uno sopra l’altro! Mai più gli unì contro gli altri, mai, mai più! Non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!.. Se volete essere fratellì, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno!». E l’annuale «Giornata ‘Mondiale della Pace». …

Fu ancora per proteggere la dignità dell’uomo che Paolo VI riaffermò il valore altissimo dell’amore coniugale, il quale «rivela la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è Amore, il Padre, da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome». L’ardore apostolico di annunciare il messaggio di Cristo a tutto il mondo spinse Paolo VI a compiere memorabili viaggi in Continenti e Nazioni, in cui nessun Papa era ancora stato. Sulle sue orme e sul suo esempio, anch’io ho inteso continuare tali pellegrinaggi, come messaggero di pace per tutti gli uomini. Ripensando al cammino terreno di quel Papa, emerge la grandezza che lo ha caratterizzato. La Chiesa deve a lui molto. Se poi ci chiediamo quale sia stato il punto segreto e propulsore della sua azione Pontificale, penso che la risposta non sia difficile: il papato di Paolo VI fu un papato eminentemente «cristocentrico». Egli visse profondamente in unione con Gesù; annunciò instancabilmente Gesù. Ricordiamo le sue vibranti parole all’apertura della seconda sessione del Concilio Vaticano Il: «Cristo. nostro principio, Cristo, nostra vita e nostra guida! Cristo, nostra speranza e nostro termine… Nessun’altra luce sia librata in questa adunanza, che non sia Cristo, luce del mondo; nessun’altra verità interessi gli animi nostri, che non siano le parole del Signore, unico nostro Maestro; nessun’altra aspirazione ci guidi, che non sia il desiderio per essere a Lui assolutamente fedeli» …

 

IL SALUTO NELLA CHIESA PARROCCHIALE Carissimi Fratelli e Sorelle di Concesio! In questo nostro incontro, qui, nel paese in cui egli ha aperto gli occhi alla luce del sole ed è nato alla grazia del battesimo, se volessimo sintetizzare, a nostro conforto e a nostro ammaestramento, i quindici anni del Pontificato di Paolo VI, potremmo dire che sono stati un messaggio di speranza ed anche di gioia: «La gioia di essere cristiano, strettamente unito alla Chiesa “nel Cristo”, in stato di grazia con Dio, è davvero capace dì riempire il cuore dell’uomo», così Egli scriveva durante l’Anno Santo del 1975 nell’Esortazione Apostolica Gaudete in Domino. Egli, come pochi, ha amato e stimato il suo tempo, desiderando ardentemente di condurlo a Cristo. A voi, che avete il privilegio di essere suoi concittadini, il compito di essere degni di così grande Pontefice, accogliendo e mettendo in pratica la preziosa eredità di insegnamenti che Egli ci ha lasciato con la sua parola e col suo esempio. A questo vuole incoraggiarvi la mia visita e la mia Benedizione.

Papa Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle! Con questo incontro si chiude la Visita pastorale a Brescia, terra natale del mio venerato Predecessore Paolo VI. Ed è per me un vero piacere concluderla proprio qui, a Concesio, dove egli nacque ed iniziò la sua lunga e ricca vicenda umana e spirituale. Ancor più significativo – anzi emozionante – è sostare in questa vostra chiesa che è stata anche la sua chiesa. Qui, il 30 settembre 1897, egli ricevette il Battesimo e chi sa quante volte vi è tornato a pregare; qui, probabilmente, ha meglio compreso la voce del divino Maestro che lo ha chiamato a seguirlo e lo ha condotto, attraverso varie tappe, sino ad essere suo Vicario in terra. Qui risuonano ancora le ispirate parole che, diventato Cardinale, Giovanni Battista Montini pronunciò cinquant’anni fa, il 16 agosto 1959, quando tornò a questo suo fonte battesimale. “Qui sono diventato cristiano – egli disse – ; sono diventato figlio di Dio, ho avuto il dono della fede” (G.B. Montini, Discorsi e Scritti Milanesi, II, p. 3010). Ricordandolo mi piace salutare con affetto tutti voi suoi compaesani, il vostro Parroco e il Sindaco insieme al Pastore della diocesi, Mons. Luciano Monari, e a quanti hanno voluto essere presenti a questo breve eppure intenso momento di intimità spirituale. “Qui sono diventato cristiano… ho avuto il dono della fede”. Cari amici, permettete che colga questa occasione per richiamare, partendo proprio dall’affermazione di Papa Montini e riferendomi ad altri suoi interventi, l’importanza del Battesimo nella vita di ogni cristiano. Il Battesimo – egli afferma – può dirsi “il primo e fondamentale rapporto vitale e soprannaturale fra la Pasqua del Signore e la Pasqua nostra” (Insegnamenti IV, [1966], 742), è il Sacramento mediante il quale avviene “la trasfusione del mistero della morte e risurrezione di Cristo nei suoi seguaci” (Insegnamenti XIV, [1976], 407), è il Sacramento che inizia al rapporto di comunione con Cristo. “Per mezzo del Battesimo – come dice San Paolo – siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti…, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Paolo VI amava sottolineare la dimensione cristocentrica del Battesimo, con cui ci siamo rivestiti di Cristo, con cui entriamo in comunione vitale con Lui e a Lui apparteniamo. In tempi di grandi mutamenti all’interno della Chiesa e nel mondo, quante volte Paolo VI ha insistito su questa necessità di restare saldi nella comunione vitale con Cristo! Solo così infatti si diventa membri della sua famiglia che è la Chiesa. Il Battesimo- egli annotava – è la “porta attraverso la quale gli uomini entrano nella Chiesa” (Insegnamenti XII, [1974], 422), è il Sacramento con cui si diventa “fratelli di Cristo e membra di quella umanità, destinata a far parte del suo Corpo mistico e universale, che si chiama la Chiesa” (Insegnamenti XIII, [1975], 308). L’uomo rigenerato dal Battesimo, Dio lo rende partecipe della sua stessa vita, e “il battezzato può efficacemente tendere a Dio-Trinità, suo fine ultimo, a cui è ordinato, allo scopo di avere parte alla sua vita e al suo amore infinito” (Insegnamenti XI, [1973], 850). Cari fratelli e sorelle, vorrei tornare idealmente alla visita a questa vostra chiesa parrocchiale che l’allora Arcivescovo di Milano fece 50 anni or sono. Ricordando il suo Battesimo, si interrogava su come aveva custodito e vissuto questo grande dono del Signore, e, pur riconoscendo di non averlo né compreso abbastanza, né abbastanza assecondato, confessava: “Vi voglio dire che la fede che ho ricevuto in questa chiesa col sacramento del Santo Battesimo è stata per me la luce della vita… la lampada della mia vita” (Op. cit., pp. 3010.3011). Facendo eco alle sue parole, ci potremmo domandare: “Come vivo io il mio Battesimo? Come faccio esperienza del cammino di vita nuova di cui parla san Paolo?”. Nel mondo in cui viviamo – per usare ancora un’espressione dell’Arcivescovo Montini – spesso c’è “una nube che ci toglie la contentezza di vedere con serenità il cielo divino… c’è la tentazione di credere che la fede sia un vincolo, una catena da cui bisogna sciogliersi, che sia una cosa antica se non sorpassata, che non serve” (ibid., p. 3012), per cui l’uomo pensa che basti “la vita economica e sociale per dare una risposta a tutte le aspirazioni del cuore umano” (ibid.). A questo riguardo, quanto mai eloquente è invece l’espressione di sant’Agostino, il quale scrive nelle Confessioni che il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Dio (cfr I,1). Solo se trova la luce che lo illumina e gli da pienezza di significato l’essere umano è veramente felice. Questa luce è la fede in Cristo, dono che si riceve nel Battesimo, e che va riscoperta costantemente per essere trasmessa agli altri. Cari fratelli e sorelle, non dimentichiamo il dono immenso ricevuto il giorno in cui siamo stati battezzati! In quel momento Cristo ci ha legati per sempre a sé, ma, da parte nostra, continuiamo a restare uniti a Lui attraverso scelte coerenti con il Vangelo? Non è facile essere cristiani! Ci vuole coraggio e tenacia per non conformarsi alla mentalità del mondo, per non lasciarsi sedurre dai richiami talvolta potenti dell’edonismo e del consumismo, per affrontare, se necessario, anche incomprensioni e talora persino vere persecuzioni. Vivere il Battesimo comporta restare saldamente uniti alla Chiesa, pure quando vediamo nel suo volto qualche ombra e qualche macchia. È lei che ci ha rigenerati alla vita divina e ci accompagna in tutto il nostro cammino: amiamola, amiamola come nostra vera madre! Amiamola e serviamola con un amore fedele, che si traduca in gesti concreti all’interno delle nostre comunità, non cedendo alla tentazione dell’individualismo e del pregiudizio, e superando ogni rivalità e divisione. Così saremo veri discepoli di Cristo! Ci aiuti dal Cielo Maria, Madre di Cristo e della Chiesa, che il Servo di Dio Paolo VI ha amato e onorato con grande devozione. Vi sono ancora grato per la vostra accoglienza, cari fratelli e sorelle, e, mentre vi assicuro il mio ricordo nella preghiera, a tutti imparto di cuore una speciale benedizione.